Il titolo nasce dall’ accostamento con quello del libro “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, scritto tra il 1977 e il 1978, quindi proprio nel periodo in cui in Italia era molto vivo il dibattito suscitato dalla Legge 180. E’ inoltre una locuzione che utilizza il giardino zoologico come metafora del manicomio, luogo di concentrazione di emarginati, indigenti e devianti trattati alla stregua di animali in gabbia.


Abbiamo scelto di suddividere la storia della nascita della Legge 180 in cinque paragrafi che, in ordine cronologico, partendo dalla descrizione dei manicomi del ‘900 sino alla realtà dei centri psichiatrici odierni, evidenziano l’affermarsi della figura di Basaglia e della sua lotta. Abbiamo poi deciso di introdurre una breve descrizione della poetessa Alda Merini come diretto testimone delle atrocità dei manicomi.

Storia dei manicomi

Nell’antichità la malattia, soprattutto mentale, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali e divine; per questo, veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. Addirittura, i sacerdoti di quell’epoca tentavano di leggere, nelle manifestazioni della persona considerata folle, messaggi dell’aldilà.

Nel Medioevo accadeva invece spesso che le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri” venissero considerate possedute; anche in questo caso la “cura” era affidata agli esponenti della Chiesa, i quali tentavano di combattere la possessione, soprattutto femminile, attraverso l’uccisione al rogo, con l’idea che l’anima, finalmente libera dal possesso demoniaco, potesse salire in cielo.

Successivamente il problema della “follia” perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale: “folli” diventarono tutti coloro che venivano ritenuti una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere da essa il più velocemente possibile.

Proprio in quel periodo sorsero moltissime case di internamento, volte a rinchiudere una varietà di persone rifiutate dalla società; persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici, persone nulla facenti … tutte rinchiuse in un’unica struttura.

Una delle prime case sorte allo scopo fu l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone non venivano rinchiuse per essere curate, ma per finire i propri giorni lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, le persone venivano spogliate della loro dignità e trattate senza rispetto. Vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a subire punizioni corporali.

La società tentava di “correggere” tutti coloro che avevano smarrito la strada con lo scopo di ricondurli sulla retta via, sulla via della moralità.

Questa idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero; al contrario del Medioevo, in cui le persone povere e i vagabondi venivano lasciati vivere nella società, in quanto la povertà era vista come mezzo per manifestare la propria fede (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), con la negazione delle opere di Lutero, la povertà perse questo significato e si trasformò in colpa attribuibile alla persona.

Presto, le case di internamento si diffusero in tutta Europa e divennero uno strumento di potere enorme, attraverso il quale si decideva, senza utilizzare alcun criterio logico, sulla vita delle persone e su chi dovesse essere rinchiuso.


Anche le altre teorie che si susseguirono tentarono di spiegare la malattia mentale ma senza successo; la cura consisteva sempre nell’internamento e nell’isolamento totale e gli strumenti utilizzati erano disumani, volti a provocare stati di shock nelle persone.

Un cambiamento radicale nell’elaborazione di diverse concezioni della mente e del suo funzionamento, con il conseguente utilizzo di strumenti di cura alternativi, si ebbe tra la fine dell’’800 e i primi anni del ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi.

Brevemente, ad essa si deve il merito di aver posto l’attenzione sulla necessità di capire il sintomo più che di reprimerlo attraverso metodi di cura brutali; questo modo di curare la malattia ha sicuramente rappresentato un’importante rottura nell’ideologia che sosteneva la prassi manicomiale, che considerava la malattia come qualcosa di organico e che aveva condotto a considerare ogni approfondimento psicologico inutile.

Anche in Italia la situazione non era diversa; la gestione dei manicomi era alquanto drammatica e affidata perlopiù alla gestione di frati e suore che faticavano a gestire i continui accessi e risparmiavano su tutto producendo conseguenze devastanti; fino al 1904 non si riuscì ad avere un quadro normativo omogeneo che regolasse la gestione dei manicomi.

Agli inizi del ‘900 le moderne teorie sulla malattia mentale postulate dalla psicoanalisi giunsero anche in Italia; e fu proprio all’inizio del secolo che, nel Paese nacque un’accesa discussione, tanto in ambito scientifico quanto politico, sulla necessità di adottare una legge che regolasse la gestione dei manicomi e raccogliesse tutte quelle consuetudini susseguitesi nel corso del tempo in tutte le parti d’Italia.

In Italia il primo disegno di legge atto a regolare tutte le strutture psichiatriche del Paese, fu presentato al Senato da Giolitti nel 1902 ed approvato il 14 febbraio 1904 con il nome "Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. " sulla base di un’ispezione promossa nel 1891 dal Ministro dell'Interno Giovanni Nicotera, che aveva evidenziato le diverse problematiche delle strutture manicomiali (fatiscenza dei locali, scarse condizioni igieniche, sovraffollamento, ecc.). L’ossatura del disegno rimase subordinata alle esigenze di ordine pubblico ed alla carenza di protocolli idonei alla cura: prevedeva l'obbligo di ricovero solo per “i dementi pericolosi o scandalosi”, l'ammissione per procedura giuridica salvo casi d'urgenza, l'istituzione di un servizio di vigilanza sugli internati che, oltre alla perdita di ogni diritto civile durante il ricovero, decretava l’iscrizione permanente nel casellario giudiziario. Il testo integrato in fase di discussione affidava “ai progressi della scienza ed al giudizio medico del Direttore”, l’organizzazione interna dell'istituto, l'uso di strumenti di contenzione, la possibilità di “licenziare in via di prova il malato che avesse dimostrato miglioramenti” e “di dimetterlo definitivamente qualora fosse risultato completamente guarito”. La legge n.431/1968 “Provvidenze per l'assistenza psichiatrica” fu la risposta istituzionale ai fermenti del ’68 che avevano portato al centro del discorso politico i problemi dell'esclusione e dell'emarginazione e il dover dello stato di farvi fronte. Abolendo la registrazione nel casellario giudiziario ed istituendo la possibilità del ricovero volontario come strumento di “accertamento diagnostico e cura”, senza limitazioni delle libertà personali riconobbe al “folle” lo statuto di una persona con una malattia ed il diritto alla cura. Introdusse inoltre alcune innovazioni nell’organizzazione dell’assistenza psichiatrica territoriale, sulla base dell’esperienza francese: iscrisse la pratica psichiatrica nel sistema degli Ospedali Generali ed istituì al loro interno le “divisioni di psichiatria”, strutture abilitate ad accogliere un numero limitato di pazienti attraverso l’impiego di un numero di operatori sufficiente a garantire un rapporto personale. Dispose infine l'istituzione dei Centri di Igiene Mentale (CIM), strutture ambulatoriali atte al supporto socio-sanitario degli assistiti dimessi.

Vita di Franco Basaglia

1979 - BasagliaFoto800

Franco Basaglia, celebre psichiatra e neurologo veneziano, nacque l'11 marzo del 1924. E' considerato il fondatore della moderna concezione della salute mentale. Di sicuro, la disciplina psichiatrica in Italia subì con lui dei rivoluzionamenti tali da essere ancora influenzata dai suoi studi. A lui si deve la Legge 180, anche detta "Legge Basaglia", che trasformò il vecchio ordinamento degli ospedali psichiatrici in Italia, promuovendo notevoli passi avanti nel trattamento del malato di mente, nella cura dei suoi disagi, e nel rispetto per la sua persona.

Mezzano di tre figli in una famiglia piuttosto agiata, Franco Basaglia si laureò all'età di 25 anni, nel 1949, presso l'Università di Padova, dopo aver frequentato il liceo classico della sua città. Nel 1953 si specializzò in "Malattie nervose e mentali" presso la facoltà della clinica neuropsichiatrica di Padova. Quello fu anche l'anno fortunato del suo matrimonio: sposa Franca Ongaro, madre dei suoi due figli, con cui avrà un legame non solo sentimentale ma anche intellettuale. Infatti sua moglie è coautrice con lui di vari libri sulla psichiatria moderna. Politicamente attivo, sedette in Parlamento a partire dal 1953.

Divenne docente in psichiatria dal 1958 anche se tra i colleghi non fu universalmente apprezzato, ed anzi le sue tesi innovative che oggi definiremmo dettate da una mentalità "sempre dalla parte del paziente" furono giudicate spudoratamente rivoluzionarie e perfino assurde da molti accademici. Essendo politicamente e scientificamente troppo progressista per l'ambito nel quale si muoveva, decise dunque nel 1961 di lasciare l'insegnamento e di trasferirsi con la famiglia a Gorizia, dove aveva ottenuto la direzione dell'ospedale psichiatrico.

Alla clinica psichiatrica di Gorizia non ebbe vita facile, ma la tenacia con cui si dedicò all'ambita trasformazione dei metodi di cura riuscì a portarlo all'eliminazione della pratica dell'elettroshock sui pazienti. Inoltre promosse un nuovo tipo di approccio tra malato e personale ospedaliero: più vicino, ed anzi più attento allo scambio umano dato dal dialogo e dal sostegno morale, piuttosto che alla mera cura farmacologica e professionale. Dall'esperienza in quel manicomio scaturì l'idea per uno dei suoi più celebri libri: "L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico", edito nel 1967.

Dopo esser stato per alcuni anni direttore anche dell'ospedale di Colorno ed in seguito di quello di Trieste, Basaglia fondò un movimento chiamato Psichiatria Democratica, che prese spunto dalla corrente di pensiero dell' "antipsichiatria”. All'epoca non andavano certo per la maggiore le idee portate avanti da Franco Basaglia e pochi altri precursori del suo tempo, ma proprio per questo oggi lo ricordiamo come uno dei più importanti pionieri della psichiatria moderna.

Franco Basaglia morì nella sua amata città sull'acqua, Venezia, il 29 agosto del 1980 all'età di 56 anni a causa di un tumore al cervello.

Legge 13 maggio 1978, n.180: Legge Basaglia

Tecnicamente la Legge Basaglia è la legge n.180/78 in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, presentata in Parlamento da Bruno Orsini, psichiatra e politico della Democrazia Cristiana.

Da sempre, però, viene associata al nome dello psichiatra veneziano Franco Basaglia, principale esponente del movimento che il 13 maggio 1978 vide la conclusione di anni di battaglie con l'approvazione di quella legge che ha avviato la rivoluzione degli istituti psichiatrici italiani, stabilendo la chiusura dei manicomi.

Considerata dai critici una legge incompleta ed incompiuta, la legge 180 fu una legge quadro che, effettivamente, presentava il limite della mancata definizione dei servizi e presidi alternativi all’Ospedale Psichiatrico e delle conseguenti linee guida.

Tra le critiche più aspre, ci fu quella dell’aver lasciato che i pazienti psichiatrici venissero scaricati sulle famiglie e nelle strade.

Nel giro di pochi mesi la Legge Basaglia venne inserita all’interno della legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale; i suoi punti chiave:

  • Eliminazione del concetto di pericolosità per sé e gli altri: trattamento sanitario in psichiatria basato sul diritto della persona alla cura e alla salute
  • Rispetto dei diritti umani (ad esempio, diritto di comunicare e diritto di voto)
  • Disposizione di chiusura degli OP su tutto il territorio nazionale
  • Costruzione di strutture alternative al manicomio
  • Servizi psichiatrici territoriali come fulcro dell’assistenza psichiatrica
  • Istituzione dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc) all’interno degli ospedali generali per il trattamento delle acuzie
  • Trattamento sanitario di norma volontario: prevenzione, cura e riabilitazione
  • Interventi terapeutici urgenti in caso di rifiuto di cure e mancanza di idonee condizioni per il trattamento extra-ospedaliero: Trattamento sanitario obbligatorio (TSO)
  • Introduzione del concetto di “correlazione funzionale” tra Spdc o strutture di ricovero e servizi territoriali, sulla scia del principio di continuità terapeutica.

Basaglia è stato un comunicatore, un neuropsichiatra interessato più al malato che alla malattia e che intrecciava in modo scandaloso filosofia e psichiatria. Per questo, perché era in controtendenza rispetto a buona parte della classe medica del tempo, da Padova (dove studiò) fu spedito a Gorizia, in un manicomio di frontiera. Dopo il primo, terribile, impatto con l’ospedale psichiatrico di Gorizia, Basaglia dimostrò che si può assistere persone folli in un altro modo. Vennero aperti i cancelli, i pazienti furono lasciati liberi di passeggiare, di consumare i pasti all’aperto, di lavorare. Si iniziò a prestare attenzione alle condizioni di vita degli internati, ai loro bisogni e si organizzarono assemblee di reparto e assemblee plenarie.

La Legge Basaglia è stata la prima legge al mondo a disporre la chiusura dei manicomi e l'Italia resta l'unico paese ad avere attuato in modo così radicale il processo di de-istituzionalizzazione.

Un modello, quello italiano, che ha fatto scuola in Europa; da tempo, infatti, Consiglio d'Europa e Commissione Europea raccomandano di seguire la strada battuta dall’Italia, la più rispettosa dei diritti umani ed economicamente sostenibile.

C’è chi l’ha fatto - come Regno Unito, Spagna, Portogallo e Grecia - mentre chi, come gran parte dei Paesi dell’est, non ha ancora cominciato il processo di deistituzionalizzazione.

Ma in Italia, a quaranta anni dall’approvazione della legge 180, la situazione è ancora molto disomogenea da nord a sud e servono più risorse e personale per fare fronte a una malattia in crescente ascesa e continuare così il lavoro iniziato da Basaglia. Una problematica purtroppo diffusa arriva a noi tramite l’allarme lanciato dalla Società Italiana di Psichiatria, che ha stimato che sono 800 mila le persone assistite ogni anno nei Dipartimenti di Salute Mentale, con 370 mila nuove visite per problemi legati alla psiche denunciando una carenza di personale e strumentazione.

Numeri, questi, che saranno in costante aumento, se è vero che – come stimato dall’Oms - in poco più di 10 anni le malattie mentali si posizioneranno al primo posto, sorpassando quelle cardiovascolari.

Senza dimenticare quanto ci sia da lavorare anche sull’aspetto dello stigma che bolla le persone con disturbi di salute mentale. Perché è vero che non ci sono più fili spinati a segnare il confine tra le “città dei matti” e il resto della società, ma è anche vero che non basta una legge per capire che se non si riesce a vincere la paura dell’altro, si può quantomeno imparare a conviverci.

Dalla Legge Basaglia verso il futuro

Il manicomio era nient’altro che un luogo di contenimento fisico, un luogo di istituzionalizzazione, una sorta di lazzaretto dove ammassare i devianti e tutte le paure della società riversate su di essi, un luogo dove si applicava ogni tipo di contenzione e pesanti terapie farmacologiche e invasive. L’idea che questa legge portava con sè era quella di ridurre le terapie farmacologiche e la contenzione, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una miglior qualità di vita dei pazienti che alla chiusura dei manicomi sarebbero stati seguiti e curati da ambulatori territoriali. Ma pazienti che per anni erano stati annullati e istituzionalizzati tutto d’un tratto non potevano essere lasciati “a piede libero” e allo sbaraglio in quella società che da sempre aveva cercato di ammutolirli e annientarli togliendo loro ogni diritto; la chiusura dell’ultimo manicomio in Italia è avvenuta solo nel 1999 proprio perché prima era necessario costruire e consolidare la rete di servizi ambulatoriali nel territorio.

La chiusura dei manicomi ha portato, oltre allo sviluppo dei vari CSM (centri di salute mentale), a due effetti diametralmente opposti: da un lato la nascita di nuove case di cura private e dall’altro, nelle zone più povere, la nascita di una sorta di nuova classe sociale costruita dai “matti de istituzionalizzati” non più seguiti da nessuno e lasciati a vivere come dei barboni nei bassifondi delle città.

La 180/78, nonostante le critiche e le varie proposte di revisione, è attualmente nel trentennale della morte del suo promotore la legge quadro che regola l’assistenza psichiatrica nel nostro paese. Prima c’erano i manicomi ed i loro orrori: fili spinati, cinghie di cuoio, camicie di forza, carcerieri, whisky, cloroformio e paraldeide. Prima c’erano i matti, gli alienati, con la loro follia da confinare, da tenere lontana dalla collettività, da contenere.

C’erano celle di isolamento, occultamento e cronicizzazione di quello che era uno scandalo sociale: la malattia mentale. Prima c’erano guardiani scelti in base alle doti fisiche piuttosto che intellettive e c’erano cose, non persone. Cose da lavare e vestire, legare e fustigare.

Prima, però, c’era anche chi si sentiva divorare da tutto questo e sognava una rivoluzione del sistema, una rivoluzione culturale esplosa il 13 maggio 1978, che è culminata nell’approvazione della Legge Basaglia.

La realtà di oggi

Nel dicembre del 1978 la “180” confluì nella legge quadro 8339 che istitutiva il Servizio Sanitario Nazionale e il diritto all’assistenza sanitaria per tutti i cittadini. A livello dell’assistenza psichiatrica la lg. 833 introdusse l’autonomia regionale nell’organizzazione degli SPDC e l’obbligo alle USL10 di operare per ridurre il ricorso al TSO, «sviluppando iniziative di prevenzione, di educazione sanitaria e rapporti organici tra servizi e comunità». Essa inoltre vietò nuovi ricoveri presso gli ospedali psichiatrici, ma concesse una deroga per le persone ricoverate prima del maggio 1978 e fu solo nel marzo del 1999 che il Ministro della Sanità Rosy Bindi poté annunciare l’avvenuta e definitiva chiusura dei manicomi. Questi 21 anni furono molto difficili anche per i familiari che, trovandosi quotidianamente a dover prendersi cura di pazienti psichiatrici che spesso rifiutavano le terapie, talvolta erano autolesionisti sporadicamente etero-aggressivi, finirono per portare la propria richiesta di aiuto ai giornali e iniziarono a costituirsi in associazioni.

Dai giornali dell’epoca La Stampa, 24 febbraio 1982: «Mio figlio si è ammalato dopo la maturità liceale. Un giorno si è fatto tagliare i capelli a zero, si è messo una parrucca e ha cominciato a guardare fisso nel vuoto. Soffre di psicosi dissociativa e – dicono – è pericoloso. Può darsi, ma dopo alcune crisi ho preferito mettere sotto chiave tutti i coltelli della cucina. Alla fine dello scorso anno, una notte, ha aggredito sua madre pestandola a sangue. Per fermarlo ho dovuto chiamare i carabinieri. Siamo tutti nervosi e i nostri rapporti sono cambiati. La serenità è un ricordo del passato. Qualche volta con mia moglie mi chiedo se vale ancora la pena vivere». L’Espresso, 18 luglio 1982: «“Tenetelo un po’ qui, vi prego. Tornerò a prenderlo tra poche ore”. I medici del reparto psichiatrico dell’ospedale di Brescia che la mattina del 13 gennaio di quest’anno, infrangendo per pietà le strette regole che impediscono il ricovero non volontario di un paziente, avevano accettato di custodire per poco tempo [un giovane schizofrenico], avrebbero saputo solo dopo molte ore che nessuno sarebbe più tornato a prendere il ragazzo. I genitori, infatti, lo avevano affidato alla clinica per procurarsi quel tanto di tempo necessario a suicidarsi entrambi: il padre, maestro elementare, gettandosi sotto le ruote di un treno merci; la madre, lanciandosi dalla finestra di un quarto piano. Prima di morire avevano lasciato un messaggio scarno e terribile: “È colpa della 180”». La risposta a queste disperate richieste di aiuto arrivò solo nel 1994 con l’approvazione del primo Progetto Obiettivo Salute Mentale. È in questo documento che il soggetto famiglia viene introdotto nel discorso istituzionale sulla cura dei disturbi psichici gravi “il ritardo nel predisporre strutture ed interventi sul territorio, complementari ed alternativi alla degenza ospedaliera, ha prodotto inevitabilmente un sovraccarico funzionale alla famiglia. Tale disagio ha preso corpo, come è noto, in numerosi interventi delle associazioni dei familiari dei malati, nel frattempo costituitesi, finalizzati all’ottenimento delle risposte efficienti a bisogni sempre più complessi …”.

Il Progetto Obiettivo Salute Mentale del 1994 continuava nella direzione intrapresa e portava avanti gli interventi da attuare nei 4 anni successivi per consentire una corretta ed efficace attuazione della 180 e più in dettaglio:

  1. la costruzione ed il coordinamento ad opera del Dipartimento di Salute Mentale di una rete di servizi territoriali, psichiatrici e non, in grado di fornire un intervento integrato, con particolare riguardo alla riabilitazione e alla gestione degli stati di crisi;
  2. l’attuazione di programmi mirati all'inserimento degli ex-degenti nel circuito dell’assistenza e in un contesti familiare, sociale e lavorativo;
  3. l’aumento delle competenze professionali degli operatori per far fronte alla complessità dei disturbi psichici attraverso interventi diversificati che prevedono la partecipazione di più soggetti, ivi compresi i familiari.

Il Progetto Obiettivo Salute Mentale del 1998 che continua nella direzione intrapresa e porta avanti il discorso con la famiglia promuovendo:

  1. la collaborazione con le associazioni dei familiari e di volontariato, i medici di medicina generale e gli altri servizi sanitari e sociali con l’obiettivo di favorire un intervento attivo, diretto ed immediato sul territorio (domicilio, scuola, luoghi di lavoro ecc.);
  2. il coinvolgimento dei familiari nel piano terapeutico individualizzato (da ora PTI) su decisione del responsabile clinico;
  3. la salvaguardia della salute mentale e della qualità di vita dei familiari;
  4. il sostegno allo sviluppo di gruppi di mutuo-aiuto di familiari.

All'organismo di coordinamento del Piano partecipa dal 2004 una rappresentanza delle Associazioni di familiari. In relazione al Piano 2004-2012 le Associazioni di famigliari sono state invitate e sostenute ad organizzare interventi di formazione per quei familiari che vogliano dedicare il proprio volontariato al sostegno di altri familiari.

Ad oggi fortunatamente sono varie le realtà alternative per l’integrazione anche nel mondo del lavoro (oltre che in quello sociale) per coloro affetti da disturbi psichici.

Quando un cappuccino o un aperitivo può abbattere il muro dei pregiudizi? La dimostrazione arriva direttamente dal Caffè Basaglia, inaugurato undici anni fa in via Mantova 34 a Torino. I camerieri del Basaglia sono pazienti psichiatrici in cura al Servizio di Salute Mentale, che al lavoro, però, smettono di sentirsi malati e diventano professionali, efficienti, sicuri di sé. In disparte, ma sempre vigile, il personale del Centro diurno li osserva, così come fanno i volontari e gli amici che ruotano attorno al progetto. Oggi il Basaglia, che fa parte del circuito Arci, ed è accessibile a qualsiasi associazione o singolo cittadino, dà lavoro a dieci persone, con contratti a tempo determinato o di apprendistato. Un mondo dei sogni, a descriverlo così, dove trovare mescolanza ed accoglienza, allegria e comprensione, e dove non ci sono pregiudizi. Una porta aperta all’integrazione, dove il lavoro aiuta a guarire e a ritrovare fiducia in se stessi. Il Caffè Basaglia ha una lunga storia. Il suo ispiratore è lo psichiatra Ugo Zamburru. Impegnato fortemente nel sociale, locale e internazionale, viaggiatore irrequieto e sempre alla ricerca di un ideale umanitario, è uno che non ama infilarsi i costumi comodi del conformismo e del vivacchiare. Zamburru ha dato vita al primo embrione del progetto che avrebbe portato alla nascita del caffè in via Mantova quando le risorse economiche scarseggiavano e le possibilità per i malati e le loro cure erano sempre meno. Dice: “Dopo la legge 180 che ha chiuso i manicomi, dal ‘78 fino agli anni Novanta la psichiatria andava di moda e le erano destinate risorse. Nel tempo, queste sono sempre state più ridotte ed è stato necessario trovare nuove strade, capaci di recuperare l’importanza del senso di appartenenza alla società e di aiuto-aiuto che stava venendo meno. Non potevo stare a guardarmi intorno e a lamentarmi: lavoravo per garantire clinicamente una stabilità psicofisica ai miei pazienti, non potevo aspettare e sperare che al resto pensasse qualcun altro. Sarebbe stato come mettere una persona nelle condizioni di camminare per poi chiuderla in una cabina telefonica ”.


Negli anni, il gruppo dei ragazzi e delle ragazze, che hanno fatto della ristorazione la propria professione e ripreso in mano la propria vita, ha acquisito competenze e sicurezza grazie a esperienza e corsi di formazione. “Agli inizi avevamo delle difficoltà: c’era chi, ad esempio, non riusciva a riconoscere il confine tra il ruolo di cameriere e cliente, così un momento serviva con professionalità e il momento dopo si sedeva al tavolo con i clienti a fare domande”. Ai ragazzi in cura il Basaglia serve a capire come comportarsi al lavoro, ad assimilarne la ritmicità e a relazionarsi con il pubblico. A chi invece entra per bere una birra o guardare un film serve per smontare il pregiudizio che la malattia mentale sia quella dello scemo del villaggio, del giullare con le rotelle fuori posto oppure del pazzo minaccioso. “Hanno fatto progressi enormi”, spiega una volontaria, ”e spesso i clienti osservano i camerieri e i baristi, cercando di capire dall’aspetto esteriore chi è il malato e chi sano. Il più delle volte sbagliano, l’integrazione ha proprio funzionato!"

Alda Merini

Alda Merini

Alda Merini nasce il 21 marzo 1931 a Milano da famiglia di condizioni modeste. Alda è la seconda di tre figli, ma della sua infanzia si conosce quel poco che lei stessa scrive in brevi note autobiografiche; si descrive come una ragazza sensibile e dal carattere melanconico, piuttosto isolata e poco compresa.

Dopo aver terminato il ciclo elementare frequenta i tre anni di avviamento al lavoro e nello stesso periodo si dedica allo studio del pianoforte, strumento da lei particolarmente amato. Nel 1947 Merini incontra "le prime ombre della sua mente" e viene internata per un mese in una clinica psichiatrica; soffriva di disturbo bipolare che all’ epoca però era considerato semplicemente un costante cambiamento d’umore.

Nel 1954 sposa Ettore Carniti, uomo poco sensibile alla sua vena poetica e indifferente ai suoi interessi culturali, geloso e possessivo, con il quale avrà un rapporto tormentato e burrascoso intervallato dalla nascita delle quattro figlie: Emanuela, Barbara, Flavia e Simona. Le prime due figlie vengono affidate ad uno zio a Torino a causa dei litigi violenti che si vivevano in casa.

Il malessere di cui ha sofferto è stato sicuramente logorante per lei. Questa sua condizione trovava sfogo prima che sui fogli, sulla parete della sua camera da letto, tappezzata di frasi, aforismi e riflessioni. Scritte con il rossetto in ogni angolo, sugli specchi, vicino il letto: quando il suo genio si manifestava ogni luogo era adatto per dargli vita.

Alda viene internata una prima volta in seguito ad un litigio con il marito: dopo che lui l’aveva percossa più volte rientrando a casa da ubriaco, Alda gli aveva scaraventato addosso una sedia causandogli ferite che lo avevano costretto ad un ricovero ospedaliero. La sofferenza che Alda prova all’interno dell’Ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, la porterà ad un periodo di buio in cui non scriverà più.

La vita della poetessa non è stata facile in manicomio. Il ricordo peggiore è quello dell’elettroshock. Alda ricordava la stanza dove lo “somministravano” come un luogo terribile, dove ti saliva addosso la paura già nell’anticamera. Un luogo piccolo e sporco, dove la gente aspettava il proprio turno ascoltando inerme le pene patite nella stanza vicino.

La sua reclusione non durò molto. Quando ne uscì però la sua persona ne risentì profondamente, al punto che la sua vita ruotò perennemente attorno all’incubo del manicomio. Luoghi di tortura legalizzati, dove i matti non avevano nessun contatto con l’esterno.

Nel 1979 la Merini ritorna a scrivere, dando il via ai suoi testi più intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza del manicomio, testi contenuti nel suo capolavoro": "La Terra Santa".

Le pene della scrittrice continuano. Nel 1981 muore il marito, e la Merini, rimasta sola, cerca di diffondere i suoi versi, trovandosi in difficoltà. Le condizioni della poetessa peggiorano e nel luglio del 1986 sperimenta nuovamente gli orrori dell'ospedale psichiatrico.

Dal 1989 diverse pubblicazioni consolidano il ritorno sulla scena letteraria della scrittrice. Nel 2004 le sue condizioni di salute peggiorano e il 1 novembre 2009 a causa di una affezione tumorale muore all’ospedale San Paolo di Milano.

“Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi. Mi ha salvata mio marito che veniva a trovarmi, perché chi non aveva nessuno scompariva all’improvviso nel nulla”.

I quadri qui sotto riportati sono stati da noi direttamente fotografati all’ interno dell’ ex manicomio di Collegno durante una visita all’ area dell’ edificio non aperta al pubblico, ma accessibile solo a seguito di una specifica richiesta; si tratta di disegni originali che sono frutto della fantasia e dello sfogo dei devianti internati in tale struttura.


Una delle foto dei quadri
Una delle foto dei quadri
Una delle foto dei quadri
Una delle foto dei quadri
Una delle foto dei quadri
Una delle foto dei quadri

Nico Ivaldi

Foto di Nico Ivaldi

Laurea in Lettere Moderne e tante collaborazioni con giornali, radio e TV. È presente con racconti e brevi storie in alcune antologie e blog; inoltre è autore del libro “Manicomi Torinesi”.

Mauro Vallinotto

Foto di Mauro Vallinotto

Fotografo e cronista che immortalò i pazzi rinchiusi a Collegno, le donne di via Giulio e poi piccoli sfortunati, bollati come ineducabili, della famigerata Villa Azzurra.

Ugo Zamburru

Foto di Ugo Zamburru

Psichiatra del Dipartimento di salute mentale a Torino. È inventore e instancabile animatore, da oltre dieci anni, del Caffè Basaglia, centro di animazione sociale e culturale della comunità.


Siamo un gruppo di studenti di 5^ superiore dell’ Istituto Giulio Natta residenti nell’ area compresa tra Rivoli, Collegno e Grugliasco che ha colto l’opportunità della XXXVIII edizione del Progetto di Storia Contemporanea per scoprire meglio non solo la storia del proprio territorio ma anche delle strutture e delle persone che lo hanno abitato. Per svolgere tale progetto ci siamo avvalsi di supporti multimediali per rendere l’accesso ai contenuti semplice ed ottimale. Integrando il nostro lavoro con contenuti cinematografici, musicali e teatrali da noi pensati e prodotti.
Vi lasciamo dunque al video finale in cui Iris Vogna dà voce ad una delle poesie di Alda Merini, seguita dal brano originale “Quello che cantava” scritto e cantato da Laura Turbessi.




Si ringraziano le seguenti istituzioni e persone per la loro collaborazione e disponibilità:

  • Il Comune di Collegno: assessore Enrico Manfredi
  • Ufficio Stampa, sig.ra Angela Berardini
  • L’ASL (vedi logo) : sig. A. Cuculo, sig: U. D’Ottavio, sig. F. Braia che ci hanno permesso di entrare e filmare all’interno dell’ex Ospedale psichiatrico
  • I signori Nico Ivaldi (autore del volume “Manicomi Torinesi” ed. Il Punto) e Mauro Vallinotto (giornalista dell’Espresso e de La Stampa) che ci hanno portato la loro testimonianza per le interviste
  • Lo psichiatra Ugo Zamburru (ideatore e fondatore del Caffè Basaglia a Torino) per la sua intervista

Ringraziamo inoltre:

  • La nostra studentessa Laura Turbessi per aver scritto ed interpretato la canzone “Quello che cantava” che potete qui riascoltare
  • La nostra studentessa Iris Vogna per aver interpretato i testi di Alda Merini
  • I nostri studenti Luca Schilirò e Fabrizio Casorzo per le riprese cinematografiche